Liceo Scientifico • Liceo Scientifico Scienze Applicate • Liceo Linguistico
Bandiera Unione Europeo

Giulio Cesare Vanini (1585-1619)

gc vanini

Filosofo. Nacque a Taurisano nel 1585. Il padre, Giovan Battista, originario di Tresana in provincia di Massa, era Intendente dei potenti signori Arborio di Gattinara-Lignana, conti di Castro, baroni di Monteroni e duchi di Taurisano. La madre, Beatrice Lopez de Noguera, discendeva da una ricca famiglia di arrendatori catalani. I suoi primi anni di vita, infanzia e adolescenza, sono avvolti nel buio. Qualche dato qua e là nelle sue opere consente di farsi un'idea del carattere e della personalità, ma nulla offre di certo per un percorso biografico attendibile. 

L'ipotesi di una sua prima formazione presso i Gesuiti a Lecce non è sorretta da adeguata documentazione. Si sa da alcune informazioni interne che fin dalla fanciullezza dimostrò particolare curiosità verso i fenomeni naturali. E' dal suo trasferimento a Napoli, probabilmente nel 1601, che è possibile seguirne l'iter formativo ed esistenziale. Nel 1603 entrò nell'Ordine dei Carmelitani di Antica Osservanza, detti scarpati, assumendo il nome di fra' Gabriele. Il 1° giugno 1606 conseguì la laurea in utroque jure. La sua formazione era assai ampia e complessa. In essa confluivano componenti culturali naturalistiche, umanistiche, giuridiche e scolastiche, maturate attraverso la lettura dei testi più importanti dell'aristotelismo e la frequentazione degli ambienti culturali napoletani, che compensavano l'impostazione ortodossa del chiostro. Fra il 1606 e il 1608 si trasferì a Padova, per approfondire e completare gli studi teologici, probabilmente presso lo Studio Generale dei Carmelitani; ma finì, in quell'ambiente così culturalmente avanzato, per rafforzare il suo naturalismo. Venezia, in quegli anni, era centro di questioni antiromane – l'Interdetto di Paolo V nei confronti della Repubblica e la difesa di Sarpi sono del 1606 – e dava asilo e protezione ai perseguitati della chiesa. Sicuramente Vanini conobbe e frequentò amicizie sospette se non proibite per l'occhiuta vigilanza cattolica. Nel 1612 incappò, infatti, in un provvedimento disciplinare del Generale dell'Ordine, Enrico Silvio, che lo costrinse a fuggire in Inghilterra insieme con un altro carmelitano, il genovese fra' Giovanni Maria Genocchi. I due frati, da Venezia, dove la fuga era stata pianificata dall'Ambasciatore inglese, Dudley Carleton, d'accordo con l'Arcivescovo di Canterbury, George Abbot, si trasferirono a Milano e di lì, per Basilea, Strasburgo, Francoforte ed Amsterdam, raggiunsero Londra nell'aprile del 1612. Il 28 giugno essi abiurarono pubblicamente il cattolicesimo nella Cappella dei Merciai alla presenza di Francis Bacon. Quanto veramente i due frati fossero convinti delle idee anglicane è vexata quaestio. Sta di fatto che dopo un breve periodo, delusi dalle mancate opportunità di successo, mortificati dalle disagiate condizioni economiche, presi da nostalgia per la brillante vita culturale padovana, essi cercarono di riprendere i contatti con la chiesa cattolica. Il 10 aprile 1613 mandarono una supplica al Papa, che fu accolta; e di lì si organizzò, attraverso l'Ambasciata spagnola a Londra, un piano per il loro rientro in Italia. Quando le autorità inglesi, che qualche sospetto incominciavano ad averlo, si resero conto dei loro piani di abbandono dell'Inghilterra, costrinsero i due a scoprirsi. Vanini cadde nella trappola, confidando ad un provocatore l'intenzione di rientrare in Italia col consenso di Giacomo I. Più volte interrogato, cadde in contraddizione e invano cercò con un abile gioco di parole di aggiustare certe sue precedenti affermazioni. Il 26 gennaio 1614 fu arrestato e rinchiuso nella Torre del Palazzo di Lambeth, mentre Genocchi fu affidato ad un uomo di fiducia dell'Arcivescovo e rinchiuso in una cella dello stesso Palazzo. Ai primi di febbraio il Genocchi riuscì a fuggire, calandosi con le lenzuola annodate dalla finestra, e a rifugiarsi presso l'Ambasciata spagnola. La fuga del confratello peggiorò la situazione di Vanini, che, processato una prima volta dall'Alta Commissione, presieduta dall'Arcivescovo di Canterbury, fu condannato alla scomunica e alla prigione per un periodo che avrebbe stabilito il Re.

Il processo da parte del braccio secolare, che avrebbe potuto comportare una condanna ancor più pesante, forse la deportazione alle Bermude e i lavori forzati, non fu celebrato, perché Vanini, nel frattempo, riuscì a fuggire. Alla fuga dei due frati non furono estranee l'Ambasciata spagnola a Londra e le Nunziature di Parigi e di Bruxelles secondo un piano ordito e seguito da Roma. Nella prima metà di aprile Vanini e il confratello furono a Bruxelles presso il Nunzio Guido Bentivoglio. A maggio Vanini ebbe il permesso di recarsi a Parigi, ospite del Nunzio Roberto Ubaldini, dove portò a compimento la sua Apologia pro Concilio Tridentino, un'opera mai pubblicata, che, nelle intenzioni dell'autore, gli doveva valere, senza più riserve, la riaccoglienza nella chiesa cattolica. Dall'Ubaldini gli fu consigliato di presentarsi al Sant'Uffizio a Roma, ma Vanini pensò piuttosto di rifugiarsi a Genova, dove poteva contare sull'amicizia del Genocchi.

Nella città ligure entrò nelle grazie di due potenti famiglie, gli Spinola e i Doria. In quest'ultima fu precettore di filosofia del giovane Giacomo. Ma nel gennaio del 1615 Genocchi fu arrestato per ordine dell'Inquisitore di Genova. Vanini, informato, ritenne opportuno riparare a Lione, in Francia. In questa città portò a compimento e pubblicò l'Amphitheatrum, un'opera con cui l'autore, nella fretta di dimostrare il suo rientro nell'ortodossia cattolica, avrebbe rivelato, invece, gravi ambiguità, appena mascherate da dichiarazioni propositivamente apologetiche.

Nell'agosto di quell'anno Vanini fu di nuovo a Parigi; dove cercò di spiegare al Nunzio Ubaldini perché non si era presentato al Sant'Uffizio, come d'accordo. Ma ormai fra i due c'era reciproca diffidenza. Vanini cercò allora di trovare protezione negli ambienti della corte francese, dove sarebbe stato introdotto dal poeta Giambattista Marino, che in quegli anni a Parigi godeva di grande prestigio. Non fu difficile al Vanini farsi apprezzare subito negli ambienti aristocratici in virtù della sua vasta cultura, della sua brillantezza comunicativa e della sua spregiudicatezza intellettuale.

Divenne un filosofo alla moda, uno dei maggiori esponenti di quel Libertinisme érudit, che affondava le sue radici nello scetticismo di Montaigne e di Charron e che aveva seguaci nel bel mondo, disinvolto e stravagante, dell'aristocrazia parigina. Fra il 1615 e il 1616 scrisse i Dialoghi del De admirandis, pubblicati il 1° settembre 1616, con l'approvazione delle autorità ecclesiastiche e col privilegio del Re. L'opera ebbe un successo immediato; ma non mancò di destare scandalo per le ardite tesi dell'autore, che, evidentemente, aveva preso eccessiva confidenza con un ambiente culturale spregiudicato e disinvolto ed aveva riposto eccessiva fiducia nei suoi amici protettori, alcuni dei quali molto potenti. L'opera esprimeva, infatti, seppure mascherato da deboli e risibili tesi ortodosse, un pensiero radicale di convinto naturalismo e di forte ateismo, in cui il gusto di meravigliare il lettore si coniugava con l'intento di irridere ogni credenza che non fosse basata sulla ragione. Della pericolosità dell'opera si accorsero subito i dottori della Sorbona, che la condannarono immediatamente. Le copie diffuse furono sequestrate e bruciate, mentre la condanna si estese all'incastigato autore. Per Vanini fu l'inizio della clandestinità. Riparò a Tolosa, dove assunse il nome di Pompeo Uscilio. Ancora una volta egli puntò sulla sua temeraria spregiudicatezza, poiché, essendo allora quella città il centro più importante del cattolicesimo ortodosso, nessun ricercato dalle autorità religiose e politiche si sarebbe mai sognato di nascondersi proprio lì. Un comportamento a lui consueto nel gioco mentale dei contrasti e delle antifrasi: affermare per negare, negare per affermare; dunque, mostrarsi per nascondersi. Gli fu fatale. Dopo un primo periodo di prudenza, infatti, finì per farsi notare, non sapendo resistere dall'esibire nel corso di pubbliche conversazioni il suo razionalismo radicale come cifra di modernità. Denunciato come predicatore di tesi ateistiche e blasfeme, il 2 agosto 1618 fu arrestato dai Capitouls e consegnato alle autorità del Parlamento. Il processo, di cui non si hanno gli atti, si protrasse per mesi a causa delle difficoltà di provare le accuse, della condotta del Vanini in carcere da irreprensibile credente e della sua abile dialettica difensiva. A dare una svolta decisiva fu la testimonianza di un tale Francon, il quale sostenne di aver sentito quello straniero negare l'esistenza di Dio.

Era la prova che mancava! Fu condannato a morte il 9 febbraio 1619 e nello stesso giorno fu giustiziato sulla Place du Salin. Per ironia della sorte, quasi che il destino avesse voluto prendersi con lui la rivincita, egli non fu processato e condannato come Giulio Cesare Vanini, autore dell'Amphitheatrum e del De admirandis, ma come Pompeo Uscilio; non per la sua identità, dunque, ma per la sua maschera. Secondo la testimonianza del Mercure François la fine fu eroica. Al Commissario del Parlamento, che dalla conciergerie lo accompagnava al patibolo, Vanini disse in italiano con voce ferma: "Andiamo, andiamo allegramente a morire da filosofo". Invitato a fare ammenda a Dio, ai giudici e al Re delle sue colpe, rispose con rabbia: "Non c'è né Dio né diavolo, se esistesse Dio lo pregherei di incenerire il Parlamento come sommamente ingiusto ed iniquo; se esistesse il diavolo lo pregherei di sprofondarlo nei suoi abissi; ma siccome non esistono, non ne farò nulla". Al monaco, suo assistente spirituale, che gli presentò il Crocifisso, in un ultimo tentativo di riavvicinarlo alla fede, Vanini irridente e sprezzante disse: "Lui di fronte alla morte si comportò da imbelle e sudò per la paura, io muoio imperterrito". Gli fu strappata la lingua con le tenaglie, il suo corpo fu appeso e dato alle fiamme; le sue ceneri sparse al vento. 



Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta l’informativa estesa sui cookie. Proseguendo la navigazione, acconsenti all’uso dei cookie.